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Addio ai fallimenti d’impresa ora si punta a prevenire i crac

Mai più falliti, solo imprenditori in crisi o insolventi. Mai più fallimenti, ma procedure semplificate di “liquidazione giudiziale” dei beni. La riforma della legge fallimentare, diventata legge ieri dopo l’approvazione definitiva in Senato, rimuove lo stigma anche nominale più odioso per un’azienda. E punta a prevenire i crac, rimettere in piedi le strutture prima che licenzino, dare una seconda chance a manager capaci ma sfortunati.
Una riforma «epocale», per il ministro della Giustizia Andrea Orlando. A rischio però di finire sul classico binario morto, se non sarà seguita a stretto giro dai decreti legislativi di attuazione. E questo perché il Parlamento, con questa legge delega, si limita a dettare i principicardine della materia, affidando al governo una loro declinazione nella pratica. La fine della legislatura in primavera e l’elezione di un nuovo Parlamento comporteranno anche la decadenza della delega. E il rischio di ricominciare da capo.
Ecco perché il Guardasigilli punta ad accelerare la stesura dei provvedimenti mancanti. Affidandone la redazione ad un gruppo di lavoro ad hoc, probabilmente guidato da Roberto Rordorf, presidente aggiunto della Corte di Cassazione, già a capo della commissione ministeriale che ha scritto la prima versione della riforma. «Ci allineiamo all’Europa, diamo trasparenza alle procedure, evitiamo le zone di opacità», commenta Orlando. Ma soprattutto dopo 75 anni (la legge fallimentare risale al 1942) «diamo una grossa mano anche all’economia del Paese». Ad oggi, il 90% dei concordati ha natura liquidatoria, dunque comporta il dissolvimento dell’impresa. E assicura ai creditori di recuperare in media solo il 10%.
La riforma punta invece a prevenire le crisi, grazie a un doppio binario. Le misure di allerta, da una parte. E l’obbligo per quasi tutte le srl – le più grandi o che fatturano molto di dotarsi di un organo di controllo interno. «La riforma di fatto accantona il concordato liquidatorio a favore del concordato in continuità, con l’obiettivo di salvaguardare il mantenimento dei livelli occupazionali», spiega Vincenzo De Sensi, docente di Diritto delle crisi d’impresa alla Luiss. «Ma poi punta molto anche sulla capacità dell’azienda di vigilare su se stessa. Un’importante scommessa ».
Il sistema di allerta consentirà all’imprenditore di segnalare lo stato di difficoltà alle prime avvisaglie. Così sarà assistito da un organismo di composizione della crisi, costituito presso ogni Camera di commercio, per trovare una soluzione concordata con i creditori entro sei mesi. E avere in cambio “premi”: sconti su interessi e sanzioni o non punibilità dei reati fallimentari se il danno è tenue. L’allerta potrà scattare anche d’ufficio dal tribunale su segnalazione dei creditori pubblici, obbligatoria per fisco e Inps. La semplificazione sarà garantita anche dalla prevista procedura unica che conduce alla dichiarazione di insolvenza: da lì si va verso la liquidazione, il concordato o la ristrutturazione. Viene disciplinata per la prima volta anche l’insolvenza di gruppo, quella che coinvolge più di un’azienda. Anche in questo caso, al posto di procedure distinte, si ricorre a un percorso unitario. Il sistema “common” infine assicurerà una liquidazione più veloce dei beni posti in vendita nelle procedure esecutive e concorsuali, grazie a un mercato unico nazionale telematico aperto ai creditori abilitati.

Valentina Conte

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