Condanna al rilascio dell’immobile dopo il decesso del convivente

La rilevanza sociale e giuridica propria della convivenza di fatto non incide sul legittimo esercizio dei diritti spettanti ai terzi sul bene immobile.

Come noto, la convivenza more uxorio determina, sulla casa ove si volge la vita comune, una vera e propria detenzione qualificata che “ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare”.

Pertanto, il convivente è legittimato ad esperire l’azione di spoglio, in caso di estromissione violenta e clandestina dall’unità immobiliare.

Con sentenza n. 10377/17, la Corte di Cassazione spiega, tuttavia, che tale diritto di godimento, acquistato dal convivente in virtù della comunanza di vita attuata mediante la coabitazione, è opponibile ai terzi, in quanto “permanga il titolo da cui deriva e cioè in quanto perduri la convivenza more uxorio”.

Di conseguenza, una volta cessata la convivenza, per libera scelta delle parti o per decesso del convivente proprietario-possessore, si estingue anche il diritto avente ad oggetto la detenzione qualificata sull’immobile e la relazione di fatto tra il bene ed il convivente superstite (detentore) potrà ritenersi legittima solo in caso di istituzione di quest’ultimo come erede o legatario dell’immobile, o nell’ipotesi di costituzione di un nuovo e diverso titolo di detenzione da parte degli eredi del convivente proprietario.

Secondo la Corte, non estendere al convivente il diritto di abitazione e di uso di cui all’art. 540 c.c. spettante al coniuge, non lede il principio di pari trattamento di situazioni identiche, in quanto tali diritti sono oggetto di una vocazione a titolo particolare e presuppongono nel legatario la qualità di legittimario al quale la legge riserva una quota oggetto di eredità. Ciò in quanto l’art . 540 c.c. , non tutela il bisogno dell’alloggio, ma “altri interessi di natura non patrimoniale, riconoscibili solo in connessione con la qualità di erede del coniuge, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio, con conseguente inapplicabilità, tra l’altro,  dell’art. 1022 cod. civ. che regola l’ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell’abitatore”.

Cass., Sez. III, 27 aprile 2017, n. 10377 (leggi la sentenza)

Serena Cefola – s.cefola@lascalaw.com

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