Youtube vs. copyright: vigilanza leggera, risarcimento pesante

Con sentenza n. 1928 dello scorso 7 aprile, il Tribunale di Torino si è pronunciato su alcune questioni riguardanti l’obbligo di Youtube in ordine al dovere di vigilanza e intervento contro l’illecita riproduzione di opere tutelate dal diritto d’autore sulla famosa piattaforma di video-sharing.

Il fatto riguarda il caricamento da parte di alcuni utenti di una lunga serie di puntate di telenovelas grazie alle quali, in forza del meccanismo di remunerazione predisposto da Youtube, avevano complessivamente fruttato loro oltre 100.000 Euro di guadagno per visualizzazioni dei contenuti.

Avvertito dell’illecita utilizzazione delle opere, il titolare per l’Italia, la Delta TV Programs S.r.l., citava in giudizio Google Inc., Google Ireland Holding Ltd e a Youtube LLC e otteneva in corso di causa un ordine di inibitoria con proseguimento del giudizio ordinario di cui alla sentenza in commento per la tutela risarcitoria.

Il giudice, ad esito di una lunga istruttoria, ha affrontato diversi punti che senz’altro costituiranno per gli anni a venire un riferimento chiaro in ordine alla qualifica e responsabilità dei service provider.

Sulla legittimazione passiva.

Innanzi tutto il Tribunale ha chiarito che il mero titolare del dominio «youtube.it» (la società irlandese) è legittimato passivo quanto alla responsabilità di ciò che viene pubblicato sulla piattaforma Youtube di titolarità della casa madre USA, raggiungibile al dominio «youtube.com» su cui staziona l’omonima piattaforma di file-sharing. La circostanza per cui un dominio con TLD .it possa essere assegnato solo a soggetti residenti in Europa (in forza delle regole ICANN) ha proprio lo scopo di radicare la responsabilità in ambito comunitario, e quindi, allorché un dominio europeo re-indirizzi automaticamente utente ad un URL estero (con TLD .com, come in questo caso), non può ciò essere ragione valida per sottrarre la responsabilità dell’assegnatario del dominio europeo.

Qualifica di Youtube come hosting provider passivo

Ai sensi degli artt. 16 e 17 del D. Lgs. 70/2003 (che ha recepito la Direttiva comunitaria 2000/31/CE) il «prestatore di un servizio della società dell’informazione» (più comunemente noto come service provider) non è responsabile dei contenuti pubblicati sulla propria piattaforma a condizione che: (i) non sia effettivamente a conoscenza del fatto che quanto pubblicato sia in violazione di diritti altrui; (ii) non appena gli sia nota la violazione, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni/opere o per disabilitarne l’accesso. In ogni caso, (iii) il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

Alla luce di quanto sopra, il giudice ha ritenuto che Youtube sia senz’altro un hosting provider passivo e che, come conseguenza: «l’unica ipotesi di responsabilità ipotizzabile in capo a YouTube LLC concerne i casi in cui detta società sia informata (anche ab origine) dell’illiceità del contenuto dei video caricati: sussiste infatti, in questa evenienza, responsabilità, per violazione dei diritti di proprietà intellettuale, allorquando il provider, pur specificamente informato, non abbia rimosso i files segnalati dal legittimo titolare del diritto d’autore violato, ovverosia allorquando non venga adempiuto un obbligo specifico di vigilanza a posteriori, sorto a seguito di apposita segnalazione o diffida».

Segnalazione sufficiente per imporre l’obbligo di rimozione.

La Delta TV aveva inizialmente inviato diffida a Youtube indicando solo i titoli delle opere violate.

Coerentemente con la precedente giurisprudenza, il giudice ha chiarito che affinché la notifica della violazione sia sufficiente per far sorgere in capo al provider l’obbligo di rimozione dei contenuti, questi devono essere identificati in modo univoco, ovvero indicando l’URL presso il quale sono pubblicati.

La sentenza, invero, sembra ammettere la possibilità che anche solo il titolo dell’opera sia sufficiente, ma ciò solo nel caso in cui la ricerca per titolo non dia come risultati dei falsi positivi, come era nel caso di specie.

Obbligo del provider di impedire nuovi caricamenti.

Nel corso dell’istruttoria, e in risposta a specifici quesiti peritali, il giudice ha accertato che lo stato della tecnica consente di verificare se intervengono nuovi caricamenti dei contenuti già oggetto di inibitoria. Attraverso un software content ID (avente come file reference i video oggetti di diffida), ovvero attraverso altre soluzioni tecniche (impronta hash), è possibile verificare con ragionevole grado di certezza se video (o parti di essi) uguali a quelli rivendicati vengono caricati sulla piattaforma potendoli bloccare prima della pubblicazione.

Tale circostanza, unitamente al fatto che i riproduttori abusivi erano poche decine, impone senza dubbio alla piattaforma un obbligo di intervenire e fare quanto possibile per impedire l’ulteriore violazione dei diritti d’autore.

In sostanza, benché non sussista un generale obbligo del prestatore di prevenire le violazioni di copyright, il Tribunale – ai sensi dell’art. 16, lett. a, del D.Lgs. 70/2003, che impone al prestatore di intervenire quando sia a conoscenza di illeciti perpetrati sui propri sistemi, e soprattutto in forza del canone di diligenza, cooperazione e buona fede ex artt. 1173, 1375 e 1176 del c.c.. – ha disposto che la piattaforma debba intervenire in via anticipata approntando i mezzi necessari per evitare l’immediata ripetizione dell’illecito. Insomma, a parere del giudice applicando l’art. 16 del D.Lgs. n. 70/2003 in combinato disposto con l’obbligo di cooperazione e buona fede, quale espressione più generale del canone di necessaria correttezza nell’agire giuridico a sua volta corollario dell’obbligo del neminem laedere, si ottiene un obbligo di prevenzione a carico di Youtube.

In proposito, il Tribunale ha altresì osservato che non è sufficiente oscurare il video per accessi dall’Italia. È infatti assi semplice utilizzare un browser atto a gestire funzioni Proxy che simulano la connessione da altra nazione sicché anche dall’Italia i video siano facilmente fruibili.

*  *  *  *  *

In conclusione, il giudice ha ravvisato una responsabilità di Youtube nella misura in cui, dopo aver ricevuto chiare indicazioni sull’identità dei video caricati abusivamente, non si è sufficientemente adoperato per rimuovere tali contenuti né ha adottato altre misure contro gli utenti che avevano effettuato l’up-load (sospensione dell’account).

Per tali ragioni, le convenute sono state condannate in solido al pagamento di un somma risarcitoria di Euro 250.000,00. Cifra considerevole, seppur, va sottolineato, cinquantadue volte inferiore a quanto chiesto dall’attrice!

Tribunale Torino, 7 aprile 2017, n. 1928 (leggi la sentenza)

Francesco Ramponef.rampone@lascalaw.com

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