Bancarotta fraudolenta: esclusa la rilevanza penale dell’atto depauperatorio

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, si può escludere la natura distrattiva di un’operazione infra-gruppo, solo se operando una valutazione ex ante, i benefici indiretti per la società fallita si dimostrino idonei a compensare efficacemente gli effetti immediatamente negativi e siano tali da rendere il fatto incapace di incidere sulle ragioni dei creditori della società.

La Corte d’Appello territoriale condannava il ricorrente per il reato di bancarotta fraudolenta per aver eliminato dal patrimonio della società fallita, un ingente credito e per aver effettuato finanziamenti ad altre società infragruppo senza adeguata contropartita né valide garanzie.

Con il principale motivo di doglianza al Supremo Collegio il ricorrente richiamava innanzitutto l’accordo di consolidamento dei debiti contratti dalle società del Gruppo con il sistema bancario, in forza del quale il debito di tali società venne considerato “massa unica” e garantito reciprocamente da fideiussioni omnibus pretese dalla società capofila del pool bancario e, il successivo accordo che prevedeva la rinuncia agli interessi sui debiti sottoposto a condizione risolutiva ex tunc nel caso di recupero del credito in sede concorsuale. Tali evidenze documentali erano però state ignorate nella sentenza di secondo grado. Inoltre, il ricorrente, aveva spiegato la situazione complessiva del Gruppo, il nesso inscindibile che avvinceva tutte le società che ne facevano parte verso il sistema bancario, e aveva segnalato la previsione nello statuto sociale della possibilità di operazioni di finanziamento a favore delle consorelle.

La Suprema Corte annullava la sentenza impugnava e rinviava ad altra Sezione della Corte di Appello per nuovo esame, ritenendo che la Corte territoriale fosse incorsa nei vizi di carenza di motivazione e contradditorietà della motivazione in punto sussistenza della bancarotta distrattiva con riferimento ai finanziamenti infra-gruppo.

L’orientamento giurisprudenziale costante sul punto, infatti, è fermo nel ritenere, in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, che per escludere la natura distrattiva di un’operazione infragruppo invocando il mutarsi di vantaggi compensativi, non sia sufficiente allegare la mera partecipazione al gruppo, ovvero l’esistenza di un vantaggio per la società controllante, dovendo invece l’interessato dimostrare il saldo finale positivo delle operazioni compiute nella logica e nell’interesse del gruppo, elemento indispensabile per considerare lecita l’operazione temporaneamente svantaggiosa per la società depauperata.

E proprio ragionando su questi presupposti, la Suprema Corte, in tema di reati fallimentari ai sensi dell’art. 2634 c.c, esclude, relativamente alla fattispecie incriminatrice dell’infedeltà patrimoniale degli amministratori, la rilevanza penale dell’atto depauperatorio in presenza dei c.d. vantaggi compensativi dei quali la società apparentemente danneggiata abbia fruito o sia in grado di fruire in ragione della sua appartenenza a uno o più ampio gruppo di società – conferisce valenza normativa a principi – già desumibili dal sistema, in punto di necessaria considerazione della reale offensività – applicabili anche alle condotte sanzionate dalle norme fallimentari e, segnatamente, a fatti di disposizione patrimoniale contestati come distrattivi o dissipativi.

Pertanto, ove si accerti che l’atto compiuto dall’amministratore non risponda all’interesse della società e abbia determinato un danno al patrimonio sociale, è compito dello stesso amministratore dimostrare l’esistenza di una realtà di gruppo, alla luce della quale quell’atto assuma un significato diverso, così che i benefici indiretti della società fallita risultino non solo effettivamente connessi ad un vantaggio complessivo del gruppo, ma altresì idonei a compensare efficacemente gli effetti immediati negativi, dell’operazione compiuta, di guisa che nella ragionevole previsione dell’agente non sia capace di incidere sulle ragioni dei creditori della società.

Cass., Sezione V Penale, 2 Marzo 2017, n. 16206 (leggi la sentenza)

Marianna Piacenza – m.piacenza@lascalaw.com

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