Revocatoria e concordato preventivo: un binomio controverso

Atteso che l’azione revocatoria determina un effetto modificativo del patrimonio del destinatario in virtù della pronuncia costitutiva di inefficacia dell’atto, essa, quando proposta dopo la pubblicazione della domanda di concordato preventivo, collide con il principio di cristallizzazione dell’attivo stabilito dall’art. 169 legge fall. in funzione del soddisfacimento di tutti i creditori anteriori ex art. 184 legge fall. ed è pertanto inammissibile.

Con la sentenza in commento, il Tribunale di Milano ha ritenuto infondata la domanda proposta da una società in Amministrazione Straordinaria, la quale chiedeva al Tribunale di dichiarare l’inefficacia di tutti i pagamenti effettuati in favore di un’altra società in concordato preventivo nel semestre precedente all’iscrizione della sentenza dichiarativa del proprio stato di insolvenza.

La convenuta deduceva l’inammissibilità dell’azione proposta, in quanto azione costitutiva preclusa dalla cristallizzazione alla data di deposito del ricorso per concordato della massa passiva e del patrimonio destinato a soddisfarla, secondo i principi rinvenibili nel dettato dell’art. 169 l.f.

Il Tribunale, nel ritenere fondata detta eccezione, ha in primo luogo invocato la disciplina dettata dall’art. 169 l.f. e dalle norme ivi richiamate. In particolare, detta norma richiama da un lato l’art. 45 l.f., dalle cui previsioni discende che, a partire dalla pubblicazione della domanda (anche prenotativa) di concordato preventivo nel Registro delle imprese, sul patrimonio del debitore è impresso un vincolo equiparabile al pignoramento; dall’altro lato, la disposizione richiama gli artt. 55 e 59 l.f., sancendo così il principio di cristallizzazione della massa passiva anteriore alla proposta concordataria, destinata a essere eseguita secondo le modalità e i termini in essa previsti.

In secondo luogo, la Corte ha ritenuto pertinente il richiamo alla giurisprudenza di legittimità formatasi in materia di controversie ex art. 67 l.f. intercorrenti tra due fallimenti e, segnatamente, le pronunce di Cass. 10486/2011 e Cass. 8160/2000. Tali pronunce confermano il principio di cristallizzazione della massa passiva al momento del deposito del ricorso e, di conseguenza, l’inammissibilità dell’azione revocatoria proposta da un fallimento nei confronti di un altro fallimento. Infatti, poiché l’azione revocatoria ex art. 67 l.f. determina, in caso di pronuncia costitutiva di inefficacia dell’atto, un effetto modificativo del patrimonio del destinatario, essa, quando proposta dopo la pubblicazione del ricorso, risulta in contrasto con il principio di cristallizzazione del patrimonio stabilito dall’art. 169 l.f.

Né il Tribunale ha condiviso l’assunto attoreo secondo il quale la posteriorità dell’esercizio dell’azione all’iscrizione del ricorso introduttivo della procedura concorsuale porrebbe il creditore nel novero di quelli non obbligati dal concordato. Infatti, i pagamenti per i quali si richiede la pronuncia di inefficacia sono anteriori al ricorso ex art. 161 l.f. e, pertanto, non si può affermare che i diritti restitutori dei pagamenti revocati derivino da obbligazioni contratte dopo l’iscrizione della domanda nel Registro delle imprese (fatto che li qualificherebbe come crediti prededucibili).

Pertanto, il Tribunale di Milano ha accolto l’eccezione di inammissibilità dell’azione revocatoria, rigettando la domanda della parte attrice. Tuttavia, in considerazione dell’obiettiva complessità del tema dell’improponibilità dell’azione revocatoria da parte di un fallimento dopo la dichiarazione di fallimento del convenuto, la cui definizione è stata recentemente rimessa alle Sezioni Unite, la Corte ha integralmente compensato le spese di lite fra le parti.

Tribunale di Milano, 31 luglio 2018

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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