Bancarotta: la ristretta base sociale non costituisce prova automatica del fatto

Non è configurabile il reato di bancarotta fraudolenta documentale per il solo fatto che il socio divenuto amministratore non poteva non essere a conoscenza della situazione contabile della fallita, stante la ristretta base azionaria della medesima.

La Corte territoriale confermava la sentenza con cui, all’esito del giudizio abbreviato, il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale aveva dichiarato l’amministratore della fallita responsabile del reato di bancarotta fraudolenta documentale per avere tenuto le scritture contabili in modo da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società, consegnando alla curatela parte della documentazione e omettendo di consegnare tutta la documentazione contabile da un determinato anno al fallimento.

Proponeva ricorso alla Suprema Corte l’imputato a mezzo del suo difensore eccependo come, in ordine a tale contestazione, la sentenza impugnata fosse carente di logica motivazione sull’effettiva consapevolezza in capo al ricorrente dello stato delle scritture contabili, posto che le stesse furono consegnate al curatore dai consulenti che assistevano professionalmente la società presso cui erano rimaste essendo cessata l’attività della società.

La Corte d’appello aveva sostenuto che l’impossibilità di ricostruire il volume degli affari della fallita era imputabile ai precedente amministratore, resosi irreperibile, e che la situazione contabile e patrimoniale era cristallizzata ad un determinato anno antecedente al fallimento, poiché da tale data la società aveva di fatto cessato di operare. Sul punto, la sentenza impugnata rileva che il ricorrente era stato socio di una società a ristrettissima base sociale (i soci erano lo stesso imputato, la moglie e la figlia) e ne era divenuto amministratore proprio a partire da detto anno e, pertanto, era perfettamente a conoscenza delle vicende societarie.

Il Supremo Collegio ritiene fondata la doglianza del ricorrente posto che la Corte di appello incorre in un vizio logico motivazionale non confutando espressamente il rilievo difensivo relativo alla cessazione dell’attività della fallita e ritenendo di poter neutralizzare la valenza critica delle conclusioni cui era giunto il giudice di primo grado richiamando la peculiare composizione della compagine sociale, circoscritta al nucleo familiare dell’imputato, e la conoscenza da parte sua delle vicende societarie. Nessuno dei due argomenti, tuttavia, è idoneo a dar conto in termini immuni da vizi logico- argomentativi della conferma del giudizio di condanna di primo grado: quanto alla compagine sociale, il legame tra i soci e il precedente amministratore, moglie del ricorrente, non è idoneo, in assenza di alcun rilievo sul ruolo di amministratore di fatto svolto dallo stesso prima dell’assunzione della carica, a fondare un’affermazione di responsabilità per la tenuta delle scritture contabili in epoca anteriore all’assunzione della carica direttiva; rilievo, questo, estensibile anche alla conoscenza delle vicende della società.

Per tale motivo la Corte annulla la sentenza impugnata limitatamente alle imputazioni di bancarotta fraudolenta documentale, con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte territoriale.

Cass., Sez. V Penale, 6 Luglio 2018, n. 39484

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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