Niente più interviste stile Report (no alla telecamera nascosta)

Quante volte abbiamo visto servizi giornalistici sensazionalistici dove l’intervistato a sua insaputa veniva ripreso con telecamera nascosta, con inquadrature dal basso e in circostanze suggestive che lasciavano intendere il suo coinvolgimento in torbide faccende?

Sappiamo poi quanto il confezionamento del servizio in post produzione, con opportuni tagli dei dialoghi, l’oscuramento dei volti dei protagonisti e il corredo di commenti fuori campo con il tono grave, possano condizionare lo spettatore e indurlo a vedere il male laddove c’è magari solo squallida routine. Una sorta di tecnica subliminale, mutuata dal mondo del marketing al mondo dell’informazione, o del suo figlio minore: l’infotainment.

Non serviva quindi la Cassazione con la sentenza in commento per ricordarci che il giornalismo è altra cosa e che non deve essere uno strumento per screditare l’immagine e la reputazione di chicchessia; ma gli ermellini ci offrono ovviamente una prospettiva in “punta di diritto”.

L’art. 137 del Codice Privacy (e l’art. 85 del Regolamento UE 2016/679, come poi sarà declinato dalla normativa interna) prevede che il trattamento di dati personali «effettuato nell’esercizio della professione di giornalista e per l´esclusivo perseguimento delle relative finalità» può essere eseguito senza il previo consenso dell’interessato.

Sembrerebbe quindi che le registrazioni con telecamere nascoste siano sempre possibili, anche in barba alla consapevolezza o meno del soggetto interessato di essere ripreso, se non fosse – sottolinea la Suprema Corte – che l’art. 137 non può prescindere dal canone generale dell’art. 2 del Codice (richiamato proprio dal comma 3 dell’art. 137) per cui il «trattamento dei dati personali si [deve svolgere] nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell´interessato». Né può prescindere dalle disposizioni dettate dal Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’ambito dell’attività giornalistica (Allegato A1 al Codice), richiamato dal successivo art. 139 e costituente fonte integrativa avente valore di legge a tutti gli effetti (Cass. 12 ottobre 2012, n. 17408).

A norma dell’art. 2 del suddetto Codice di deontologia, il giornalista nell’esercizio del diritto- dovere di cronaca «evita artifici e pressioni indebite», salvo che ciò comporti «rischi per la sua incolumità o renda altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa».

I giudici di legittimità sulla scorta di quanto precede hanno ritenuto corretto limitare l’esimente dell’art. 137 (trattamento senza consenso) solo nel caso di impossibilità di esercizio del diritto di cronaca e comunque escludendo che tale esercizio possa andare a discapito dell’immagine, onore e dignità dell’intervistato. Limiti stretti quindi, e non speciosi servizi volti solo a suscitare indignazione nello spettatore.

Merita un ulteriore approfondimento la sentenza in commento per il collegamento che, nell’esercizio dell’attività giornalistica, compie tra violazione della normativa sul trattamento dei dati personali e la normativa in tema di esercizio del diritto di cronaca. La Cassazione suggerisce che non si deve avere una visione atomistica, per cui le condotte illecite relative al primo istituto (trattamento dati personali) possono anche sovrapporsi e coesistere con quelle relative al secondo (diritto di cronaca). Invero, quando i limiti dell’esercizio di cronaca (verità, interesse e continenza – sentenza c.d. decalogo Cass. 18 ottobre 1984, n. 5259, ancora attualissima) sono valicati con modalità implicanti anche un illecito trattamento di dati personali, l’interessato ha diritto al risarcimento del danno pur rimanendo nell’alveo della privacy e ciò, come già sopra accennato, proprio in forza del richiamo che l’art. 137, 3° comma, con riferimento all’attività giornalistica, fa ai limiti del diritto di cronaca e ai principi dell’art. 2 del Codice.

Tanto ciò è vero, concludono i giudici, che: «Neppure sarebbe possibile ritenere legittima la pubblicazione o diffusione dell’immagine della persona in ragione di un interesse pubblico in tal senso, essendo necessario che sussista anche uno specifico ed autonomo interesse pubblico alla conoscenza delle fattezze dei protagonisti della vicenda narrata, nell’ottica della essenzialità della divulgazione ai fini della completezza e correttezza dell’informazione» (Cass. 15360/15).

Cass., Sez. I Civ., 9 luglio 2018, n. 18006 (leggi la sentenza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

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