Contratto di leasing e determinazione equo compenso

Rientra nei poteri del giudice delegato, a norma degli art. 25, comma 1, n. 8, e artt. 92 e ss. L. F., provvedere alla determinazione dell’equo compenso per l’uso della cosa, ai sensi dell’art. 1526 c.c., comma 1, ove il creditore richieda tale credito con domanda di ammissione allo stato passivo fallimentare.

La Corte di Cassazione, con ordinanza del 16 febbraio 2018 n.11962, partendo dal disposto di cui all’art. 25, I comma n. 8 della legge fallimentare secondo il quale, il Giudice Delegato “procede all’accertamento dei crediti e dei diritti reali e personali vantati dai terzi, a norma del capo V” ha precisato che rientra tra i poteri ad esso attribuiti anche quello volto alla determinazione dell’equo compenso ai sensi dell’art. 1526 c.c.

Nel caso di specie, una società di leasing aveva presentato domanda di ammissione allo stato passivo chiedendo il riconoscimento del credito a titolo di canoni scaduti, interessi e spese derivanti da un contratto di locazione finanziaria concluso tra le parti per inadempimento del conduttore fallito, in data anteriore alla dichiarazione di fallimento. Il Giudice Delegato, su istanza del curatore fallimentare, determinava l’equo compenso per l’avvenuto godimento del bene. La società di leasing con ricorso in opposizione allo stato passivo sosteneva che, in mancanza dell’accordo fra le parti sull’equo compenso previsto dall’art. 1526 c.c, la determinazione dello stesso non poteva che spettare al giudice adito con un giudizio ordinario di cognizione, trattandosi di un diritto soggettivo e non rientrando detta determinazione tra i poteri che l’art. 25 L. F. attribuisce al giudice delegato. L’opposizione veniva respinta.

La società di leasing a sostegno della propria tesi richiama giurisprudenza di legittimità secondo la quale viene negato al giudice delegato il potere, in caso di fallimento dell’acquirente nella vendita con patto di riservato dominio, di determinare l’equo compenso ex art. 1526 cod. civ., dovendo esso essere domandato, quale diritto soggettivo, al giudice ordinario.

Secondo i Giudicanti della Suprema Corte, tale principio attiene, però al caso in cui il giudice delegato determina l’equo compenso, a seguito dell’avvenuta risoluzione del contratto con il quale è stato venduto il bene con patto di riservato dominio alla società in seguito fallita, “su istanza del (solo) curatore del fallimento” essendo questa “l‘unica questione sulla quale gli organi fallimentari si (erano) pronunziati“, onde “il provvedimento degli organi fallimentari, in quanto contenente la determinazione delle somme il cui pagamento incomberebbe al fallimento, risulta adottato senza che il creditore avesse fatto istanza di ammissione al passivo“.

Nel caso di specie, però, si verifica una circostanza del tutto opposta.

La società di leasing, infatti, ha chiesto al giudice delegato l’ammissione al passivo fallimentare con riguardo ai crediti scaturenti dal contratto, comprendenti i canoni già scaduti sino alla risoluzione, quelli sino alla riconsegna del bene, nonché, appunto, l’equo compenso per l’uso della cosa, ai sensi dell’art. 1526, comma I, c.c.

Conseguentemente, a fronte della domanda di ammissione allo stato passivo, la competenza del giudice delegato sicuramente sussiste, rientrando nei suoi compiti e poteri, a norma dell’art. 25, comma 1, n. 8, e artt. 92 e ss. L. F., quello di procedere all’accertamento dei crediti e dei diritti reali e personali vantati dai terzi, secondo orientamento ormai pacifico della giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass. 15 settembre 2017, n. 21476; Cass. 9 febbraio 2016, n. 2538).

Cass., Sez. I Civ., 16 Maggio 2018, n. 11962

Angelica Macchi – a.macchi@lascalaw.com

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