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May doma la ribellione «anti Brexit»

Theresa May ha domato all’ultimo minuto una ribellione parlamentare che avrebbe alterato drammaticamente il corso della Brexit e messo a rischio la stessa tenuta del governo. La premier si è dovuta spendere personalmente per convincere una pattuglia di ribelli del suo partito a non votare a favore di un emendamento che avrebbe dato al Parlamento la parola finale sulla Brexit: il governo alla fine l’ha spuntata, ma ha dovuto scendere a patti.

Da ieri i deputati di Westminster stanno votando su una serie di emendamenti che erano stati approvati in precedenza dalla Camera dei Lord: e il loro senso complessivo è la volontà di mettere dei paletti all’azione del governo ed evitare una «hard Brexit», cioè una rottura netta con la Ue.

L’emendamento più «pericoloso» messo ai voti ieri era quello che chiedeva all’esecutivo di concedere al Parlamento un ruolo-chiave nei negoziati per l’uscita dalla Ue: in pratica, il diritto dei deputati di respingere un accordo con Bruxelles non gradito o di rifiutare la prospettiva di un «no deal», ossia una uscita traumatica senza accordo.

Theresa May ha fiutato la trappola: questo emendamento rischiava di esautorare il governo e, in caso di bocciatura a ottobre dell’accordo finale con la Ue, spianava la strada alla sua defenestrazione e magari alle elezioni anticipate.

Il governo ha accusato i «ribelli» di voler rovesciare il risultato del referendum del 2016 e bloccare la Brexit. In effetti, alla Camera dei Lord c’è una maggioranza contraria all’uscita dalla Ue e anche fra i deputati conservatori c’è un gruppo filoeuropeo che non è affatto contento della Brexit e che vorrebbe come minimo mitigarla nei suoi effetti. E l’emendamento di ieri, se approvato, poteva mettere in moto una dinamica dagli effetti finali imprevedibili.

La giornata si era aperta male per la May: un sottosegretario alla Giustizia aveva annunciato le dimissioni perché scontento di come il governo sta gestendo la Brexit. E dunque sembrava che la «ribellione»» potesse avere successo. La premier allora ha incontrato di persona, pochi minuti prima del voto, un gruppo di potenziali «rivoltosi»: e ha assicurato loro che il Parlamento sarà comunque consultato nel prosieguo dei negoziati con l’Europa. Non è un impegno formale, ma è bastato a racimolare i voti ne-cessari a bocciare il temuto emendamento.

I problemi non sono tuttavia risolti. Sono passati 15 mesi dal lancio della Brexit e ne mancano solo 9 all’uscita formale di Londra dalla Ue: però il governo britannico non ha ancora una posizione unitaria, diviso com’è tra i fautori di una rottura netta con l’Europa e quelli che chiedono di mantenere la massima continuità. Theresa May si sta dirigendo per necessità verso una Brexit «soft», tanto che ha promesso un accordo doganale con la Ue: ma l’ala dura nel partito e nel governo è insofferente. E intanto la sabbia nella clessidra continua a scorrere.

Luigi Ippolito

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