Rapporti di vicinato e rispetto delle distanze di legge

Le disposizioni previste dall’art. 41-quinquies legge urbanistica n. 1150/1942 e dall’art. 9 decreto n. 1444/1968 pongono delle inderogabili distanze minime di confine per i fabbricati ubicati in zone territoriali omogenee che superano, rendendolo inapplicabile, il principio della prevenzione di cui all’art. 875 c.c.

Questo quanto ribadito dalla Suprema Corte nell’ordinanza in commento.

Nel caso di specie, i proprietari di uno stabile avevano convenuto in giudizio innanzi al Tribunale di Sassari i proprietari dello stabile loro confinante, denunciando il comportamento di questi ultimi, con conseguente richiesta risarcitoria, per aver realizzato nel cortile di loro proprietà un locale ad uso cucina in violazione delle norme sulle distanze di cui all’art. 873 c.c., integrato dal vigente regolamento edilizio e dalle norme di attuazione del PRG del Comune di Alghero, che stabilivano un distacco minimo di 10 metri tra pareti finestrate. Soccombenti in primo grado, la Corte d’Appello di Cagliari accoglieva invece le loro pretese, dichiarando il dritto dell’appellante, ai sensi dell’art. 873 c.c., come integrato dalla normativa locale, alla riduzione ed all’arretramento delle costruzione del vicino sino al rispetto della distanza di 10 metri.

Avverso la statuizione della Corte Territoriale, i vicini ricorrevano in Cassazione, pretendendo di far valere il diritto di prevenzione di cui all’art. 875 c.c..

È stato così che la Suprema Corte, uniformandosi all’orientamento già consolidatosi in materia (Cass. n. 26383 del 2016), ha avuto modo di ribadire, rigettando il ricorso in tutti i suoi motivi, che “posto che nella disciplina legale dei “rapporti di vicinato” l’obbligo di osservare determinate distanze sussiste solo in relazione alle vedute”, nel cui concetto rientrano le cd. “pareti finestrate”. Pertanto, prosegue la Corte richiamandosi ad un proprio precedente, dal momento che  “la norma dell’art. 9 del d.m. 2 aprile 1968, n. 1444, in materia di distanze fra fabbricati va interpretata nel senso che la distanza minima di dieci metri è richiesta anche nel caso che una sola delle pareti fronteggiantisi sia finestrata e che è indifferente se tale parete sia quella del nuovo edificio o quella dell’edificio preesistente, essendo sufficiente, per l’applicazione di tale distanza, che le finestre esistano in qualsiasi zona della parete contrapposta ad altro edificio, ancorché solo una parte di essa si trovi a distanza minore da quella prescritta”.

Con riferimento al caso di specie, pertanto, la Cassazione ha ritenuto che la Corte d’Appello avesse ben giudicato nel ribaltare la sentenza di primo grado, poiché le disposizioni di cui all’art. 41-quinquies della legge urbanistica 17 agosto 1942 n. 1150 e di cui all’art. 9 del decreto del ministro dei lavori pubblici del 2 aprile 1968 n. 1444, oltre che avere carattere integrativo delle norme del codice civile sulle distanze legali, ai sensi ed agli effetti dell’art. 872 cod. civ., dovevano ritenersi inderogabili, rendendo pertanto inapplicabile il principio della prevenzione di cui all’art. 875 cod. civ. invocato dagli appellati, in questo caso non invocabile rispetto a distacchi assoluti fissati con riferimento al confine.

Secondo tale principio, quindi, il rispetto delle distanze minime imposte da tali norme per i fabbricati ubicati in zone territoriali omogenee (in modo vincolante anche per i Comuni, in sede di formazione degli strumenti urbanistici), è dovuto indipendentemente dalla prevenzione.

Cass., Sez. II Civ., 04 giugno 2018, n. 14294

Benedetta Minotti – b.minotti@lascalaw.com

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