Eccezione di prescrizione: precisa…ma non troppo

Quest’oggi pare opportuno fermare l’attenzione su un nuovo, recente, intervento della Suprema Corte rispetto al tema della prescrizione delle richieste restitutorie di addebiti operati dalla banca e dei quali è contestata la legittimità.

L’argomento è stato affrontato anche su questa rivista evidenziando l’eterogeneità delle decisioni sul punto, specie con riguardo alla corretta distribuzione dell’onere probatorio e al diverso grado di rigore richiesto alla parte convenuta che solleva l’eccezione di prescrizione.

Da ultimo evidenziavamo Cass. Civ, Sez. VI., 22 febbraio 2018, ordinanza n. 4372 secondo la quale non compete alla banca la prova specifica delle rimesse solutorie.

La sentenza in commento – n. 5571 dell’ 8/03/2018 – si allinea, di fatto, al suddetto principio.

Passando al merito del giudizio, questo verteva sull’azione esperita da un correntista avverso una banca (Alfa), nonostante il rapporto bancario de quo fosse stato da poco ceduto ad altro istituto (Beta).

Al di là delle contestazioni e restando sull’eccezione di prescrizione, il Tribunale riteneva di respingerla mentre nel successivo giudizio d’appello, promosso dalla Banca Beta, la Corte territoriale ne rilevava addirittura l’inammissibilità.

Banca Beta ricorreva, dunque, in Cassazione, articolando l’impugnazione in n. tre motivi, dei quali risultano qui di interesse il secondo ed il terzo.

Con il secondo motivo, era denunziata violazione degli artt. 2938 c.c. e 112 c.p.c., in relazione ai nn. 3 e 4, art. 360, per aver la Corte ritenuto che l’eccezione di prescrizione fosse inammissibile poiché dedotta genericamente, senza indicare specificamente la fattispecie di prescrizione invocata e il relativo dies a quo, non potendo il giudice applicare un tipo di prescrizione diverso da quello richiesto con conseguente violazione del principio dispositivo.

Con il terzo motivo veniva fatta valere la violazione dell’art. 2938 c.c., avendo la Corte d’appello erroneamente ritenuto che la notificazione dell’atto di citazione alla Banca Alfa  avesse interrotto la prescrizione, ma non considerando che essa era stata eseguita dopo il decorso del termine di tre mesi, di cui all’art. 58, 5°c., del d.lgs. n. 385/93, dalla pubblicazione nella G.U. dell’atto di conferimento del ramo d’azienda alla Banca Beta attraverso cui era stato ceduto il credito fatto valere.

In ordine alla presunta genericità dell’eccezione la Suprema Corte ha ribadito che “anzitutto, la Corte d’appello ha errato nell’affermare che l’eccezione di prescrizione era inammissibile, non avendo tenuto conto del principio consolidato secondo cui l’eccezione di prescrizione è validamente proposta quando la parte ne abbia allegato il fatto costitutivo, ossia l’inerzia del titolare, senza che rilevi l’erronea individuazione del termine applicabile, ovvero del momento iniziale o finale di esso, trattandosi di questione di diritto sulla quale il giudice non è vincolato dalle allegazioni di parte (Cass., n. 15631/16; n. 1064/14; n. 9768/05).

Nel frangente, Banca Beta, costituitasi a mezzo del proprio Servicer, aveva sin dal giudizio di prime cure eccepito la prescrizione del diritto azionato dall’attore per decorso del termine decennale, “essendo di tutta evidenza che ogni avversa e supposta pretesa creditoria sarebbe comunque prescritta, in considerazione della risalenza nel tempo del rapporto di conto corrente“.

Tale formulazione è stata considerata sufficiente dalla S.C.”avendo la parte convenuta allegato il decorso del termine decennale per l’inerzia del titolare del diritto”, senza che, peraltro, la controparte avesse sollevato contro-eccezioni di sorta.

Il terzo motivo è stato, altresì, ritenuto fondato.

La tesi del correntista secondo la quale l’atto di citazione notificato alla Banca Alfa (cedente il credito) avrebbe spiegato efficacia anche avverso la Banca Beta, successivamente intervenuta in causa, è stata respinta in sede di legittimità.

La decisione del Tribunale – sulla quale la Corte territoriale si asteneva – è erronea in quanto non ha correttamente applicato l’art. 58, V comma, del d.lgs. n. 385/93 secondo il cui disposto, in tema di cessione di rami d’azienda, “i creditori ceduti hanno facoltà, entro tre mesi dagli adempimenti pubblicitari previsti dal comma 2, di esigere dal cedente o dal cessionario l’adempimento delle obbligazioni oggetto di cessione. Trascorso il termine di tre mesi, il cessionario risponde in via esclusiva”.

La riforma in punto di prescrizione, qui accolta, ha comportato il rigetto della domanda del correntista.

Cass., Sez. I Civ., 08 marzo 2018, n. 5571

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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