File “personali” e file “privati”: una differenza su cui c’è poco da “ridere”

Può essere molto compromettente salvare sul PC di lavoro file “poco professionali”.

Il caso.

Il 17 maggio 2018, il Sig. Eric Libert, dipendente della Società Nazionale Francese delle Ferrovie (SNFC), dopo un periodo di sospensione disciplinare dal servizio per aver infondatamente accusato alcuni colleghi, rientrava a lavoro ma non trovava il suo PC. Durante la sua assenza, infatti, il terminale era stato riassegnato ad altro dipendente il quale aveva trovato sul disco rigido 1.562 file pornografici del genere zoofilia e scatofilia che occupavano 787 MB di memoria.

I superiori del Libert, avviavamo quindi un nuovo procedimento a suo carico all’esito del quale egli veniva demansionato per violazione del codice etico aziendale, della carta dell’utente per la politica di sicurezza dei sistemi informatici, del regolamento generale relativamente ai principi di comportamento dei dipendenti e, non ultimo, per violazione del codice penale francese poiché, oltre ai file pornografici, erano rinvenute anche alcune bozze di falsi certificati.

Nell’istruttoria era emerso che il materiale incriminato era stato salvato in una cartella dal titolo risaterires») presente su un disco denominato «D:/dati personali».

In virtù di questo, il Libert ha ritenuto di portare innanzi alla Corte Europea il proprio paese per violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo:

«1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.

«2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui».

La decisione

Superata la questione se l’SNFC possa considerarsi una pubblica autorità, i giudici di Strasburgo, anche sulla scorta della recente decisione nel caso Bărbulescu (n. 61496/08) del 5 settembre 2017, hanno stabilito che il «diritto al rispetto della vita privata e familiare» debba essere contemperato con altri diritti che di volta in volta possono entrare in gioco.

Nel caso di specie, è stato riconosciuto il diritto la SNFC di rimpossessarsi del proprio PC e di accedere ai file su di esso caricati in forza della corretta presunzione che fossero tutti attinenti alle mansioni professionali svolte dal Libert. I giudici hanno peraltro sottolineato il solo limite di accesso relativamente ai file esplicitamente identificati come personali. Poiché il Libert non aveva affatto utilizzato tale termine per titolare la cartella o il disco, nulla poteva lamentare a carico del datore di lavoro.

Già la Corte d’Appello aveva correttamente sottolineato che il termine “risate” non designa necessariamente come personale il contento di una cartella potendo questo riguardare documenti professionali o messaggi tra colleghi conservati dal dipendente come file ufficiali contenenti errori divertenti. Peraltro, la carta dell’utente di SNFC stabilisce che «l’informazione di natura privata deve essere chiaramente identificata come tale (opzione “privato” nelle opzioni di Outlook)».

Né il termine «dati personali», con cui il ricorrente aveva nominato il disco, può costituire univoco avvertimento della natura privata del contenuto del disco.

I giudici hanno quindi concluso per l’operatività delle eccezioni del comma 2 dell’art. 8, attesa la necessità di SNFC di provvedere al normale funzionamento e sicurezza delle ferrovie ed essendo sussistente un interesse legittimo e proporzionato della compagnia ferroviaria francese a far uso del PC nel periodo di assenza del dipendente.

Conclusione.

Da questa sentenza si può trarre un insegnamento molto chiaro: 1) non usare il PC di lavoro per caricare file personali; 2) se si deroga alla regola 1, non lasciare tali file incustoditi sul PC; 3) se si ignora anche la regola 2, intitolare il percorso «file privati» (o altra denominazione contenente la parola «privato/i»), magari aggiungendo un’enfasi!

Libert c. France, CEDU 22 febbraio 2018 (decisione n. 588/13)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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