I creditori dell’incorporanda e l’ammissibilità della proposta concordataria

Ai fini della valutazione circa la fattibilità giuridica di una proposta di concordato preventivo, incentrata sulla cessione ai creditori della controllante – post fusione per incorporazione – di un bene della controllata, non è irrilevante la posizione dei creditori della società incorporanda.

Questo è quanto si evince dalla sentenza n. 1181 del 18 gennaio 2018 della Corte di Cassazione, avanti alla quale ha proposto ricorso la curatela fallimentare di una società avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello che, annullando la precedente dichiarativa del fallimento, ha rimesso le parti dinanzi al tribunale per la prosecuzione della procedura di concordato preventivo.

Nello specifico, il curatore ha proposto ricorso lamentando come la Corte d’appello, da un lato, abbia mancato di cogliere un motivo di inammissibilità del concordato e di svolgere un effettivo controllo sulla congruità della relazione degli attestatori, atteso che in nessun caso era stato preso in considerazione il fatto che l’immobile (dell’incorporanda) e oggetto di prevista cessione da parte dell’incorporante post fusione, era già stato pignorato da un creditore ipotecario dell’incorporanda stessa; e, dall’altro lato, non abbia adeguatamente valutato l’incidenza della programmata fusione sui creditori della società incorporanda.

Entrambi i motivi di ricorso addotti dal curatore fallimentare sono stati ritenuti ammissibili e fondati dalla Suprema Corte.

In particolare, con riguardo al primo punto, i giudici di legittimità hanno osservato come la mancata valutazione circa l’esistenza di un’azione esecutiva in corso non consenta di cogliere sulla base di quale specifico criterio sia stata affermata la fattibilità giuridica del piano concordatario, atteso che la relativa proposta prevedeva la vendita, in unico contesto, ed a scopo di soddisfacimento dei creditori della proponente, di un complesso immobiliare composto da beni anche di proprietà di un terzo (l’incorporanda), già oggetto, per l’appunto, di un’azione esecutiva.

Con riferimento al secondo motivo, i giudici di terza istanza hanno rilevato come, nel caso di specie, e sempre ai fini di una corretta valutazione circa la fattibilità del piano, fosse necessario considerare la posizione dei creditori dell’incorporanda, dal momento che la fusione rappresentava lo strumento attuativo della proposta di concordato e che la stessa avrebbe potuto essere sospesa in conseguenza di una legittima opposizione da parte creditori (dell’incorporanda), i quali,  infatti, per effetto della fusione si troverebbero a concorrere con altri creditori (quelli dell’incorporante) su un patrimonio complessivamente meno capiente, così vedendo lesi i propri interessi.

Cass., Sez. I Civ., 18 gennaio 2018, n. 1181 (leggi la sentenza)

Giada Salvini – g.salvini@lascalaw.com

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