Equa riparazione solo se l’attesa è ingiusta

Il controverso tema del diritto di colui che subisce una procedura esecutiva a ottenere l’equa riparazione prevista dalla legge n. 89/01 (c.d. Legge Pinto) nei casi di durata irragionevole del procedimento esecutivo, ricompare nella giurisprudenza della Cassazione con la recente Sentenza n. 1812/18.

La sentenza non pare invero sviluppare nuove argomentazioni ma si limita a richiamare tre orientamenti elaborati con precedenti pronunce, per poi infine prediligere e disporre sulla scorta dell’orientamento c.d. intermedio.

La Legge Pinto mira a garantire la ragionevole durata del processo, quale diritto inviolabile dell’uomo tutelato dalla Costituzione con l’art. 111 e da plurimi trattati istituzionali.

Rispetto alla tutela attuale realizzata con l’emanazione di norme che, a titolo esemplificativo, riducono la durata dei termini processuali, la Legge Pinto realizza una tutela ex post: a fronte della lesione di un diritto che già si è consumata per essersi il procedimento compiuto oltre un termine ragionevole, riconosce la possibilità di richiedere e ottenere un indennizzo definito “equa riparazione”.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello di Roma con decreto del 5 dicembre 2015 aveva condannato il Ministero della Giustizia al pagamento della somma di Euro 20.000,00 in favore della debitrice esecutata, per essersi la procedura esecutiva immobiliare protratta per oltre 17 anni prima di giungere a definizione.

Il Ministero della Giustizia ha impugnato il Decreto, deducendo l’inoperatività a favore del debitore esecutato della presunzione di danno da ritardo nonché la mancata considerazione da parte della corte territoriale delle dilazioni procedurali non imputabili alla struttura giudiziaria (opposizione esecutiva, istanza di conversione, rinvii chiesti e ottenuti per componimento bonario, etc..).

La Suprema Corte ha accolto entrambi i motivi di ricorso e, pertanto, ha ritenuto di confermare la validità dell’orientamento intermedio, secondo cui “il debitore esecutato rimasto inattivo non ha diritto ad alcun indennizzo per l’irragionevole durata del processo esecutivo che è preordinato all’esclusivo interesse del creditore (…) non avendo la parte privata allegato nella fattispecie alcuno specifico interesse a che l’esito espropriativo della procedura a suo carico si realizzasse in tempi rapidi”.

La Suprema Corte, dunque, ha avvallato la possibilità di riconoscere il risarcimento da c.d. irragionevole durata del processo anche in favore del debitore esecutato o terzo espropriato nel contesto delle procedure esecutive, purché tali soggetti siano muniti e dimostrino la sussistenza di un loro interesse ad agire, che consiste nell’effettivo proprio interesse a che la procedura esecutiva giunga a definizione in un tempo ragionevole.

Cass., Sez. VI – 2 Civ., 24 gennaio 2018, n. 1812

Jessica Cammaranoj.cammarano@lascalaw.com

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