Bancarotta: l’accertamento del dolo generico risponde ai cd “indici di fraudolenza”

La bancarotta fraudolenta per distrazione, dal punto di vista soggettivo, è da ritenersi sussistente quando l’accertamento del dolo valorizza la ricerca degli “indici di fraudolenza”.

La Corte territoriale confermava la pronuncia di primo grado con la quale l’imputato era stato condannato per fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, in qualità di amministratore unico della fallita.

Con il ricorso proposto a mezzo del proprio difensore il ricorrente deduce violazioni di legge e vizi di motivazione della sentenza impugnata, sostenendo, in punto di sussistenza dell’elemento soggettivo, che questo non sarebbe provato, posto che si deve sostanziare nella consapevolezza dell’effetto di depauperamento del patrimonio sociale a danno della compagine dei creditori prodotto dalla condotta distrattiva.

Il Supremo Collegio riteneva manifestamente infondata la doglianza perché, nel caso in esame, la Corte territoriale ha pure evidenziato quali fossero gli indici di fraudolenza desumibili dalla condotta dell’imputato, che, tra l’altro, non ha fornito al curatore alcun dato utile a sua discolpa, affermando che la fallita non possedeva alcun bene e non riferendo alcuna spiegazione in merito alle vicende che avevano determinato la cessione dei beni a terzi.

La quinta sezione della Suprema Corte, anche di recente, ha ribadito che, “in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, l’accertamento del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte, nella irriducibile estraneità del fatto generatore dello squilibrio tra attività e passività rispetto a canoni di ragionevolezza imprenditoriale”, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori, e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volontà della condotta in concreto pericolosa. La Corte, per tali motivi, dichiarava inammissibile il ricorso e condannava il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

Cass., Sez. V Penale, 14 Novembre 2017, n. 3780

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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