Nessun dorma sulle procure

La Corte di Cassazione con una recente ordinanza ha illuminato la via nella quale deve dirigersi la disciplina che riguarda la procura ad litem e lo ius postulandi.

Tutto inizia con un ricorso al Giudice di Pace di Roma per la ripetizione di una somma, seppur esigua, non dovuta ad un’Agenzia pubblica che si occupa dell’erogazione di aiuti e contributi europei. Viene rilasciata al legale (parte attrice) una regolare procura, ma l’atto di citazione che introduce il giudizio di fronte al Giudice di pace viene notificato dopo la morte del cliente firmatario.

Il Tribunale di Roma, infatti, in sede di appello, con sentenza emessa il 1 aprile 2016 ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto contro la decisione del Giudice di pace che aveva rigettato la domanda proposta contro l’Agenzia, nella quale si condannava il legale anche alle spese perché questo era privo della procura ad litem, in quanto il cliente firmatario, era deceduto prima della notifica dell’atto di citazione introduttivo del giudizio.

Contro questa decisione, l’Avvocato ricorre in Cassazione e l’Agenzia resiste con controricorso e memoria. La Cassazione si pronuncia su entrambe le procure, di ricorrente e controricorrente, cassandole entrambe.

Per quanto riguarda la procura dell’Agenzia, la Cassazione, tra le sue considerazioni, ha affermato che “il ricorrente ha eccepito la nullità del controricorso di […] per difetto di ius postulandi per avere, l’ente, autorizzato, ai sensi dell’art. 43 del r.d. 30 ottobre 1933, n. 1611, ad avvalersi del patrocinio legale dell’avvocatura dello Stato, conferito il mandato difensivo ad un avvocato del libero foro, senza la prescritta delibera autorizzativa da sottoporre agli organi di vigilanza”.

Quindi, il controricorso è stato ritenuto nullo.

Per quanto riguarda invece la procura del ricorrente, la Cassazione afferma l’inesistenza ab origine della procura alle liti, visto che l’atto di citazione di primo grado è stato notificato in data 10.09.2009 e il decesso della parte è avvenuta il 24.02.2008. Sul punto, la Corte di Cassazione ha ritenuto che “la morte della parte attrice intervenuta prima della notificazione della citazione o del deposito del ricorso determini, secondo la regola generale dell’art. 1722 n.4 c.c. l’estinzione del mandato conferito al difensore e, conseguentemente, la nullità della vocatio in ius e dell’intero eventuale giudizio che ne è seguito, restando esclusa, in mancanza della valida costituzione di un rapporto processuale, l’applicabilità del principio, che ha carattere eccezionale, dell’ultrattività della procura, che riguarda il caso di morte della parte costituita, fin tanto che l’evento interruttivo non sia dichiarato in udienza dal procuratore (art. 300 c.p.c.).”

I Giudici di legittimità si sono soffermati sulla regola dell’ultrattività del mandato alla lite, in ragione della quale, nel caso in cui l’evento non sia dichiarato o notificato nei modi e nei tempi di cui all’art. 300 c.p.c., il difensore continua a rappresentare la parte come se l’evento non si fosse verificato; l’ipotesi appena descritta si verifica solo nel caso in cui vi sia rituale costituzione in giudizio a mezzo difensore. In questo modo, viene stabilizzata la posizione giuridica della parte rappresentata nella fase attiva del rapporto processuale.

L’ordinanza è illuminante nella sua parte centrale dove si afferma che estinguendosi la procura, il giudizio incardinato da un avvocato privato dello ius postulandi non può sanare il difetto di rappresentanza o di autorizzazione ex art. 182 co. 2 c.p.c. e non è consentita, quindi, la costituzione in giudizio di un soggetto diverso dal ricorrente (Cass. Sez. U. 27.04.2017); tutto questo non è possibile nemmeno in favore degli eredi, visto che l’art. 110 c.p.c. si applica nei soli casi in cui sia intervenuta la morte della parte nel corso del processo ritualmente incardinato.

La Corte, con estrema chiarezza, afferma che “l’estinzione della procura rilasciata dal […] – deceduto più di un anno e mezzo prima della notifica dell’atto di citazione – comporta, pertanto, che l’attività dell’Avv. […] non riverbera alcun effetto sulla parte e resta attività processuale di cui il legale assume esclusivamente la responsabilità, con conseguente ammissibilità della sua condanna a pagare le spese di giudizio (Cass. Sez. U. 10.05.2006, n. 10706)”.

Il ricorso per Cassazione è stato quindi rigettato, non ricorrendo ragioni per rimettere la questione alle sezioni unite, e nessuna statuizione è stata espressa sulle spese di giudizio, visto che anche controparte, non si è costituita ritualmente.

Cass., Sez. VI – 1 Civ., 20 novembre 2017, n. 27530 (leggi la sentenza)

Gabriele Stefanucci – g.stefanucci@lascalaw.com

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