Un biglietto del museo da 10.000 Euro

Con l’ordinanza in commento il Tribunale di Firenze (del 26 ottobre 2017) ha inibito alla Visit Today, che organizza visite guidate alla Galleria dell’Accademia, l’utilizzo della foto del David di Michelangelo riprodotta sul sito web e sui dépliant dell’agenzia. Tanto grave il giudice ritiene la condotta della resistente che l’ha condannata ad una esorbitante penale che può arrivare fino a 10.000 Euro al giorno in caso di ritardo nell’ottemperanza.

La decisione fa riferimento all’art. 108 del Codice dei Beni Culturali il quale con la modifica del decreto legge n. 83/2014 (ahimè noto come “Art Bonus”) e il successivo intervento del “DDL Concorrenza” (L. 124/17), ha impresso alla legge un’impostazione evidentemente più orientata allo sfruttamento commerciale del patrimonio pubblico.

Il comma 3-bis dell’art. 108 CBC, oggi così recita: «Sono in ogni caso libere le seguenti attività, svolte senza scopo di lucro, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale: 1) la riproduzione di beni culturali diversi dai beni archivistici sottoposti a restrizioni di consultabilità ai sensi del capo III del presente titolo, attuata nel rispetto delle disposizioni che tutelano il diritto di autore e con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né, all’interno degli istituti della cultura, l’uso di stativi o treppiedi; 2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte a scopo di lucro».

Non sussiste quindi alcun dubbio oggi che non è libera la riproduzione su brochure e siti internet di un bene culturale per promuovere l’attività turistica di un privato sia soggetta al consenso (concessione) da parte dell’ente che ne ha la custodia.

Vale la pena notare che ante riforma l’art. 108, letto in coordinamento con l’art. 107 (sull’uso e riproduzione dei beni culturali), si occupava della tutela e preservazione dei beni e non si riferiva in termini chiari ad un diritto di sfruttamento economico esclusivo degli stessi a favore dello Stato o degli enti pubblici territoriali.

Le richiamate disposizioni non vietavano espressamente la fotografia dei beni culturali, ma sembravano piuttosto riferirsi alle «riproduzioni» che, nel processo di copiatura a mezzo calchi, per esempio, posso danneggiare le sculture originali, ovvero che consistono in duplicazioni dei beni culturali con potenzialità decettive.

Ad avviso di chi scrive, sussisteva quindi un certo grado di incertezza in ordine alla fotografia di opere della scultura e al loro sfruttamento poiché né il Codice né il D.M. del 20 aprile 2005 del Ministero per i Beni e le Attività Culturali sui «criteri e modalità per la riproduzione dei beni culturali» (pubblicato in GU n. 152 del 2 luglio 2005), contengono una definizione di «riproduzione». Tale difetto – e la prospettiva sopra richiamata orientata alla tutela patrimoniale dei beni culturali piuttosto che al loro sfruttamento – prestava il termine in parola ad una interpretazione che escludeva, come nel caso di specie, che la fotografia potesse considerarsi una riproduzione di opera plastica, per la quale, invece, a rigore, occorrerebbe realizzare un’altra opera plastica.

Oggi, il comma 3-bis è chiaro. Né la piccola modifica introdotta al comma 3 (dal D.L. 31 maggio 2014, n. 83) autorizza in qualche modo lo sfruttamento commerciale “gratuito” dei beni culturali (l’integrazione della riforma è evidenziata in grassetto): «Nessun canone è dovuto per le riproduzioni richieste da privati per uso personale o per motivi di studio, ovvero da soggetti pubblici o privati per finalità di valorizzazione, purché attuate senza scopo di lucro» (formulazione ante 2017, vedi infra).

Ma cosa si intende per valorizzazione? La mera attività commerciale di fornitura di servizi turistici ha senz’altro l’effetto di valorizzare le opere esposte nei musei, non fosse altro perché intercetta e alimenta l’interesse del pubblico e promuove il nostro patrimonio artistico e culturale in Italia e nel mondo. In tale prospettiva, l’impresa che riproduce un bene culturale, quale che sia l’occasione, lo fa più o meno direttamente per uno scopo che è oggettivamente di lucro discendendo da tale apparente atto di filantropia comunque un ritorno economico, anche solo in termini di immagine.

Una lettura così ampia della norma (caldeggiata da qualche rappresentanza di categoria) lascerebbe tuttavia un dubbio ancora più forte: quali sarebbero le finalità di valorizzazione del privato attuate senza scopo di lucro? Senz’altro non la sponsorizzazione. Ritengo piuttosto si tratti di donazioni o elargizioni di ogni genere senza alcun accostamento di marchi commerciali all’iniziativa filantropica. Ma si può ritenere che sussista l’assenza di lucro anche qualora vi sia semplice menzione della donazione in articoli di giornale o sul sito web dell’azienda (si pensi alla pubblicità redazionale)? È possibile che l’assenza di scopo di lucro sia salvaguardata solo in caso di segreto?

In proposito si noti che la recentissima modifica nel “DDL Concorrenza” (L. 124/17), ha tolto l’ultimo inciso «neanche indiretto» che era presente alla fine del punto 2) del comma 3-bis. Secondo la nuova lettura della norma, l’esimente dal canone – in via generale previsto per le riproduzioni eseguite per finalità di valorizzazione – è quindi stata estesa anche ai privati purché le riproduzioni non siano soggette ad uno sfruttamento per scopo di lucro, ma pare vada bene lo scopo indiretto di lucro.

Ciò detto, per il momento il Tribunale di Firenze ritiene che la pubblicazione delle fotografie del David sulla brochure o su un sito web a corredo dell’offerta dei servizi offerti abbia scopo di lucro e che quindi l’ultima modifica al CBC non abbia significativamente ridotto l’ambito applicativo del comma 103-bis.

Qualche dubbio suscita anche la misura delle penali disposte pari duemila euro al giorno dalla data di notifica, senza alcun giorno di grazia, per ciascun difetto di ottemperanza agli ordini che seguono:

a) inibitoria generica di riproduzione a fini commerciali dell’immagine del David di Michelangelo o di parti di esso, in qualunque forma e/o strumento, anche informatico

b) ritiro dal commercio e distruzione di tutto il materiale pubblicitario riproducente l’immagine del David o parti di esso, nonché di tutti gli strumenti utilizzati per produrre e/o commercializzare tali prodotti, il tutto sia presso la società resistente che presso terzi che li detengano e/o ne facciano commercio e/o ne abbiano, comunque, la disponibilità;

c) eliminazione dal sito internet http://visittodayitaly.com/ e da qualunque altro sito riconducibile alla società convenuta di ogni riproduzione totale o parziale dell’immagine della scultura in oggetto

d) pubblicazione del presente provvedimento, per esteso, a caratteri doppi del normale, a cura dell’Amministrazione ricorrente ed a spese della società Visit Today, per tre volte anche non consecutive, su tre quotidiani a diffusione nazionale e tre periodici a scelta della ricorrente, anche nelle loro versioni on-line, nonché sul sito internet della società Visit Today ove dovrà restare per 60 giorni.

Qualche giorno di ritardo sarebbe costato assai caro all’agenzia (che per quanto risulta ha ottemperato), considerato pure che la pubblicazione sul sito della foto del David sarebbe costata doppia penale (sub a) e c)) e che l’ottemperanza sul b) e d), non devono essere state proprio a buon mercato.

Trib. Firenze, 26/10/2017, n. 13758 (leggi l’ordinanza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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