Sulla “causalità omissiva” e l’onere della prova

Due recenti precedenti di legittimità hanno affrontato la problematica relativa alla ripartizione dell’onere ed in particolare sui criteri di valutazione della cd “causalità omissiva”, escludendo la sussistenza di una risarcibilità del danno in re ipsa nel caso di inadempimento dell’intermediario finanziario ai propri obblighi informativi.

La prima pronuncia non accogliendo le censure mosse da parte dei ricorrenti in merito alla presunta falsa applicazione dell’art. 2697 cod. civ. precisa che nelle azioni di responsabilità per danni promosse dall’investitore questi deve allegare l’inadempimento delle obbligazioni da parte dell’intermediario, fornire prova del danno e del nesso di causalità fra questo e l’inadempimento. Con specifico riferimento al nesso di causalità si legge che: “Il giudice, nel valutare la c.d. causalità omissiva, dovrà verificare che l’evento non si sarebbe verificato se l’agente avesse posto in essere la condotta doverosa impostagli, con esclusione di fattori alternativi, ed il relativo accertamento deve essere condotto attraverso l’enunciato controfattuale, ponendo al posto dell’omissione il comportamento alternativo dovuto, onde verificare se la condotta doverosa avrebbe evitato il danno lamentato dal danneggiato (in tema di intermediazione finanziaria: Cass. 17 agosto 2016, n. 17138 e Cass. 19 agosto 2016, n.17194, secondo cui è necessario verificare, in base a un giudizio necessariamente probabilistico condotto sul modello della c.d. prognosi postuma, se l’investitore, una volta adeguatamente informato, avrebbe desistito dall’investimento rivelatosi poi pregiudizievole). I casi in cui il giudizio controfattuale non trova fondamento applicativo sono quelli in cui si dibatte della violazione, da parte dell’intermediario, di un obbligo di astensione. In tali ipotesi si sostiene, infatti, che la causalità può considerarsi in re ipsa, dal momento che il danno non si produce se il prestatore dei servizi di investimento si astiene dal comportamento che gli è vietato e l’operazione non ha quindi luogo”.

Nel rispetto degli innanzi richiamati principi, si adagia la seconda pronuncia, per la quale la Corte conferma “che in tema di risarcimento del danno cagionato al cliente nello svolgimento dei servizi di investimento, grava sull’intermediario l’onere di provare di aver agito con la necessaria diligenza (art. 23, 6° co. t.u.f.). Più in particolare, come ribadito anche di recente da questa Corte, il riparto dell’onere probatorio nelle azioni di responsabilità per danni subiti dall’investitore – in cui deve accertarsi se l’intermediario abbia diligentemente adempiuto alle obbligazioni scaturenti dal contratto di negoziazione – impone innanzitutto all’investitore stesso di allegare l’inadempimento delle citate obbligazioni da parte dell’intermediario, nonché di fornire la prova del danno e del nesso di causalità fra questo e l’inadempimento, anche sulla base di presunzioni, mentre l’intermediario deve provare l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo carico, allegate come inadempiute dalla controparte, e, sotto il profilo soggettivo, di avere agito con la specifica diligenza richiesta (Cass. 19 gennaio 2016, n. 810; Cass. 17 febbraio 2009, n. 3773). Per quanto attiene specificamente al nesso di causalità, poi, deve considerarsi che ove venga in questione una responsabilità per omissione, il giudice, nel valutare la c.d. causalità omissiva, dovrà verificare che l’evento non si sarebbe verificato se l’agente (nella specie: l’intermediario) avesse posto in essere la condotta doverosa impostagli, con esclusione di fattori alternativi, ed il relativo accertamento deve essere condotto attraverso l’enunciato «controfattuale», ponendo al posto dell’omissione il comportamento alternativo dovuto, onde verificare se la condotta doverosa avrebbe evitato il danno lamentato dal danneggiato (Cass. 14 febbraio 2012, n. 2085; Cass. 19 novembre 2004, n. 21894; per l’applicazione del principio i tema di intermediazione finanziaria: Cass. 17 agosto 2016, n. 17138, non massimata; Cass. 19 agosto 2016, n. 17194, non massimata)”.

Nessun automatismo risarcitorio e, peraltro, con la seconda pronuncia viene confermata la sentenza di merito che aveva ritenuto non sussistente il nesso causale, in virtù della segnalazione all’investitore della dichiarazione di non adeguatezza dell’investimento.

Cass., Sez. I Civ., 25 ottobre 2017, n. 25335

Cass., Sez. I Civ., 3 novembre 2017, n. 26191

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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