Avvio della mediazione endoprocessuale: il termine concesso dal Giudice è perentorio?

La Corte d’Appello meneghina, con la pronuncia in commento, ha affermato che il termine concesso dal Giudice per l’espletamento della mediazione obbligatoria – non svolta prima dell’instaurazione della vertenza giudiziale – non assume natura perentoria.

Il caso in commento è relativo ad un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo nel quale il Giudice in prima udienza – rilevato che la controversia rientrava tra quelle per cui è stata reso obbligatorio il tentativo di mediazione – assegnava i termini di legge per avviare detto procedimento.

L’opponente avviava tardivamente il procedimento di mediazione, che dava esito negativo.

All’esito del Giudizio, veniva emessa sentenza di rigetto dell’opposizione.

In particolare, il Giudice di prime cure dichiarava l’improcedibilità del giudizio per mancato esperimento del tentativo di mediazione nel termine assegnato e, per l’effetto, confermava il decreto ingiuntivo.

Avverso la richiamata decisione, veniva proposto appello e la Corte milanese, accogliendo le richieste dell’appellante, ha affermato che: “considerando che il tentativo di mediazione è stato comunque esperito (con esito negativo), il giudice avrebbe dovuto rilevare che la condizione di procedibilità dell’azione giudiziale si era in ogni caso avverata, sebbene con ritardo rispetto al termine (ordinatorio) inizialmente assegnato. Ed infatti, il termine di quindici giorni non appare corrispondere a un termine processuale cui applicare il disposto di cui all’art. 154 c.p.c.. Lo spirare di tale termine, invero, non avrebbe neanche dovuto condurre il giudice a ritenere necessaria una richiesta di proroga del termine, una volta fosse inutilmente spirato, circostanza che avrebbe avuto come effetto (questo sì paradossale) di allungare ulteriormente i termini di espletamento del tentativo di mediazione. Difatti il procedimento di mediazione costituisce una parentesi (giustappunto un’alternativa) del procedimento ordinario; e non può ritenersi come un’appendice di quest’ultimo, certamente sottoposto a più rigorose regole endoprocessuali.”

Ed ancora: “si deve assumere che nel procedimento de quo, nonostante il tentativo di conciliazione sia stato espletato, il giudizio ordinario di opposizione al decreto ingiuntivo sia stato erroneamente dichiarato improcedibile, da parte del giudice di primo grado, sul rilievo dello spirare di un termine per l’attivazione del procedimento di mediazione che non è previsto dalla legge come processuale, posto che il procedimento di mediazione non è assimilabile al procedimento ordinario e costituisce uno strumento di risoluzione delle liti alternativo al procedimento ordinario e giurisdizionale. Sicché, la mancata osservanza di un termine finalizzato a regolare un procedimento alternativo a quello giurisdizionale, non potrebbe certamente avere effetti processuali regolati da norme riferibili solo al procedimento ordinario e, tanto meno, essere interpretata alla stregua di un mancato avveramento di una condizione di procedibilità dell’azione, con definitiva compressione del diritto d’azione costituzionalmente protetto.”

Con tali premesse, la Corte di Appello di Milano ha riformato la sentenza di primo grado dichiarando procedibile l’opposizione a decreto ingiuntivo.

Corte di Appello di Milano, Sez. I Civile, 7 giugno 2017, n. 2515

Giovanni Prestipino – g.prestipino@lascalaw.com

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